Dalla Giordania, verso l’Oman
E’ vero, studio i percorsi, calcolo le ore di luce e segno già le albe e i tramonti, le ore in viaggio, la pressione degli pneumatici, valuto le strade meno battute, cerco di prevedere ogni dettaglio, ma in realtà, ciò che mi resta davvero nel cuore di quel viaggio non è mai ciò che ho previsto, ma l’imprevisto in cui la vita accade.
La Giordania, appena trascorsa, è stata questo: una prova di fiducia nel movimento, nella bellezza e nell’altro. Abbiamo condiviso alcuni momenti che a me piace ricordare come la vera essenza di Tusitala.
E non è l’aver visto Petra, via, quello è il motivo noto che spinge tutti in Giordania, il succo più dolce è stato altro.








Erano quasi le 16, sotto la Tomba della Seta, avevo imboccato il sentiero che pensavo mi avrebbe condotto alla grotta delle striature cromatiche più intense, ma avevo preso quello superiore, “sbagliato” ed ero in pena per tutti perché sapevo che le fatiche erano limitatissime dopo oltre 17 km di cammino.
La grotta che volevo mostrare era nel sentiero parallelo inferiore, mannaggia. Toccava tornare indietro, pochi passi e poi di nuovo salire, per mostrare le striature dorate e blu, ma fu in quel momento di sospensione, per un errore di pochi passi che un uccellino tutto rosa è volato sopra le nostre teste e poi è comparso tra le rocce per noi: con il petto rosa intenso, quasi irreale.
Si staglia sul crinale pronto a farsi fotografare di fronte a noi. Ci siamo fermati tutti, in silenzio, come se avessimo ricevuto un segno. Si trattava di un raro rosefinch, elencato tra i simboli della Giordania e stampigliato anche nelle banconote da un dinaro. E mi è comparso un sorriso.
E’ questo quello che cerco quando viaggio: quel dettaglio che non prevedo, ma donato dal caso, quello che io non avevo minimamente messo in conto, e che stupisce anche me.

E sempre quel pomeriggio, un altro regalo è avvenuto sul sentiero tra la basilica e l’altura di fronte al tempio di Giove, quando ci siamo fermati a ravanare nella sabbia.
Avevamo iniziato quasi per caso, cercando di intravedere nella sabbia piccole pietre, bulbi, ciottoli naturali tra le rocce, ognuno con un colore diverso: ocra, rosa, cenere, rosso ferro per confrontarli tra noi come fossero figurine di un album. Guada questa, guarda quella… Ritrovati lì, piegati in silenzio, ciascuno nel suo angolino della collina con le mani immerse nella sabbia come tombaroli felici, intenti a cercare qualcosa che non sapevamo nominare, indicando i bulbi dei gigli, la salicornia, frammenti di alabastro, selci e pezzi di coccio. Sembrava un gioco, ma era contemplazione. Era il tempo che si dilata quando smetti di voler vedere e inizi a sentire. Quando non hai per forza tabelle di marcia e lasci il tempo andare così.
E poi il deserto, che sapevo avrebbe franto ogni rosea aspettativa. Nelle dune del Wadi Rum ci siamo lasciati andare, letteralmente. Abbiamo iniziato a rotolare giù per la sabbia calda, ridendo come bambini, affinché il corpo imparasse la leggerezza. Non c’era più distinzione tra noi e il paesaggio: eravamo sabbia, vento, respiro. E in quel momento, impalpabile, inutile e meraviglioso, ho pensato che è questo, per me, il senso del viaggio: trovare un luogo dove il corpo e la mente tornano a essere parte del mondo, non al di sopra di esso.
Accendere il fuoco nella notte con i rami recuperati con le torce, bere il tè nel deserto tutti accoccolati nella sabbia e rimanere in contemplazione del cielo più stellato del mondo, in un unico respiro, immersi in un silenzio surreale e magico.
L’Oman nasce da questa stessa ricerca. È la continuazione naturale di ciò che abbiamo sentito in Giordania: un Paese dove il deserto ha voce, ma non rumore; dove i colori mutano ad ogni ora; dove la luce non brucia, ma scolpisce.
Non sarà un viaggio “avventura” in senso classico, ma un cammino nella misura del silenzio. Ci sposteremo tra montagne e canyon, villaggi di fango e dune infinite, con tempi che permettano di fermarsi, di respirare, di ascoltare le storie dei luoghi. Non corriamo mai: ci lasciamo attraversare. Chi viaggia con me lo sa: non vendo pacchetti, ma esperienze vissute insieme.
A volte cambio programma, a volte rivedo tutto anche la notte prima di un escursione per migliorare il tutto se c’è margine o posso piegare verso qualcosa di più emozionante. Ogni itinerario è pensato per far emergere quel margine di imprevedibilità in cui, spesso, accade la grazia. Non cerco l’efficienza del viaggio perfetto, ma l’imperfezione che svela l’anima.
Tusitala “il narratore di storie” non è solo un soprannome, quello di Stevenson e in piccola parte il mio: ma è un modo di guardare. È la convinzione che ogni luogo racconti qualcosa di noi, se gli diamo tempo.
Dopo Petra e il deserto, dopo i sorrisi e le mani tese sulle scale di roccia, dell’aiuto verso l’altro, perché Tusitala è soprattutto “famiglia”, so che i miei viaggi continueranno a nascere da lì: da quella bellezza che non si misura in chilometri, ma in sguardi condivisi.
L’Oman ci aspetta, con le sue sabbie dorate e il suo mare d’argento. E io non vedo l’ora di scoprire, ancora una volta, quello che non ho previsto.


